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Ci pensavo da tempo a scrivere un articolo simile e oggi ho deciso di mettere nero su bianco per voi il mio pensiero a riguardo. Per rispondere alla domanda che pongo nel titolo dell’articolo bisogna fare ovviamente una disanima dei tre dispositivi in questione. Smartphone. Abbiamo già analizzato nell’articolo precedente cosa sia uno smartphone. Qui, perciò, sintetizzo. Uno smartphone è un cellulare di ultima generazione, anche se bisogna ammettere che ormai, ultima generazione, è riferibile soprattutto alle componenti dello smartphone. Se si prende ad esempio uno smartphone con una RAM di 512 MB, una ROM di 1GB una fotocamera di 2MP e una CPU dual Core non lo si può più definire di ultima generazione. Tornando a noi, smartphone significa letteralmente telefono intelligente. Intelligente perché oggi gli smartphone sono dei veri e propri mini computer e, benché non si possano ancora usare esattamente come sostituti di un personal computer, hanno funzioni e caratteristiche che vi si avvicinano molto. Così il “telefono” si è trasformato da semplice apparecchio per trasmettere e ricevere una comunicazione vocale in tempo reale a uno strumento capace di coprire un raggio di funzioni molto più ampio grazie, soprattutto, all’utilizzo di un’infinità di applicazioni che lo trasformano, di volta in volta, nell’apparecchio di cui abbiamo bisogno. Ci ritroviamo quindi tra le mani non più il semplice telefono con cui telefonare o ricevere telefonate, ma con un calcolatore, una macchina fotografica digitale, un lettore di file audio e video con incorporati degli editor per la modifica di file audio e video; quando serve diventa un navigatore satellitare, una guida turistica, uno stellario, una fonte di informazioni, una torcia, e così via. Si potrebbe perdere qualche ora per elencare tutte le sue funzioni. Di base, però, la funzione cardine è quella legata alla comunicazione. Tablet. Letteralmente significa tavoletta. Il nome è dovuto alla sua forma, simile appunto a quella di una tavoletta. I tablet sono dispositivi elettronici molto simili agli smartphone da cui differenziano soprattutto per la mancanza delle funzioni “telefono” (anche se ci sono alcune funzioni molto simili). Sono nati come sostituti dei computer ma anche in questo caso, salvo alcune eccezioni, un tablet non può sostituire totalmente un PC perché, a oggi, manca di alcune funzionalità tipiche del computer. Il tablet è uno strumento che utilizza generalmente la tecnologia detta touchscreen (come del resto tutti gli smarphone ormai) ovvero, la scelta delle varie opzioni, l’apertura delle applicazioni e l’uso dei vari software è possibile tramite il tocco dello schermo tramite la mano o di penne particolari. Ne esistono di diverse misure e si misurano in pollici proprio come gli schermi (TV o PC) perché un tablet è un dispositivo dotato di uno schermo tattile per tutta la sua grandezza. Phablet. Si tratta di uno strumento ibrido tra tablet e smartphone. Un phablet, infatti, è un dispositivo mediante cui usare le varie funzioni del tablet con, in più, quelle propriamente telefoniche di uno smartphone, quindi è come se, avendone uno, si avesse nell’unico dispositivo sia un tablet che uno smartphone. A mio avviso (umile parere) il phablet non è una trovata tecnologica così particolare o che porterà, come invece i primi due (se usati correttamente), un benessere per l’individuo proprio perché è un “miscuglio” di entrambi i primi due dispositivi. Non mi ci vedo proprio a parlare al telefono tenendo come cornetta uno strumento di una certa grandezza. Avrei tenuto separate le due funzioni dato che oggi, inutile citare numeri, ci sono sempre più persone che hanno in mano il loro bello smarpthone che, specie quelli da sette pollici, sono più simili a un tablet di quanto non lo sia un phablet.

Sembrerebbe una domanda quasi superflua oggigiorno, oppure scontata, come la risposta che potrebbe derivarne. Ma se si prova a chiedere una risposta diretta molti, anche coloro che un sito lo possiedono già, cominciano a fornire motivazioni come: “Perché ce l’hanno tutti”, “Perché è utile”, “Perché mi faccio conoscere” e così via, che di fatto non significano granché. 

Bisogna quindi partire dalla base e capire cosa è un sito web e poi rispondere alla domanda “a cosa serve”.

Un sito web è un insieme di documenti (detti pagine web) collegate tra di loro mediante un sistema detto ipertestuale (semplificando, il cosiddetto link) cioè, mediante l’uso di parole chiave, ovvero, caratterizzanti un determinato argomento. Tali pagine risiedono all’interno di un computer con una memoria (spazio) elevatissima e le pagine sono raggiungibili dagli utenti che navigano in Internet. Generalmente le pagine di un sito web hanno un’impostazione grafica uguale e mostrano dei contenuti all’utente finale. 

Questo è il modo più semplice e sintetico per definire un sito web, ma racchiude già al suo interno il perché  bisogna avere un proprio sito web. Analizziamo punto per punto, lasciando ai prossimi articoli, le varie specifiche particolari. 

Un sito web è un insieme di documenti (detti pagine web):

mediante le pagine web, una persona o un’azienda ha la possibilità di “pubblicare” dei contenuti che riguardano la propria attività. Prendiamo come esempio un ristorante. Mediante un sito il proprietario di un ristorante ha la possibilità di mostrare agli utenti della rete Internet (che sono milioni) le sale del suo ristorante, gli eventi organizzati, i vari menù, le cucine, il personale, i suoi valori. 


 

In una pagina web possono essere inseriti sia elementi visivi (foto, video, clip), sia contenuti scritti.

In questo modo i clienti finali, che oggi si collegano a Internet anche con i cellulari di ultima generazione (gli smartphone) o con i tablet, o anche da casa col computer, possono decidere davanti allo schermo se quel tale ristorante può fare a caso loro grazie alle immagini, o a un video, o a un articolo scritto dal proprietario del ristorante. 

collegate tra di loro mediante un sistema detto ipertestuale (semplificando, il cosiddetto link):

ogni sito web che si rispetti è frutto di una progettazione iniziale mediante cui si pianificano i vari aspetti della sua creazione, dalla grafica, ai contenuti, alla struttura, al marketing.

La struttura è molto importante se ben impostata perché permette all’utente finale di muoversi all’interno del sito web senza problemi, di visualizzare correttamente tutte le informazioni che si vogliono dare. Come all’interno di un negozio, di un’azienda, di uno studio, se un potenziale cliente entra e non trova facilmente le zone di suo interesse, dopo i primi vani tentativi andrà via e quel negozio, azienda, studio, avrà perso un potenziale cliente. E ogni utente del web, ogni persona che naviga è un potenziale cliente (prossimo punto).


 

le pagine sono raggiungibili dagli utenti che navigano in Internet:

Come si accennava poco sopra, sono milioni gli utenti che navigano su internet, questo permette a ogni singolo utente di potersi muovere nel “mondo” senza muoversi davvero da casa. Tutto, oggi, è a portata di mano grazie a Internet, sta a ogni singolo comprendere quali potenzialità ci siano in rete. Milioni di potenziali clienti a cui un’azienda (che sia piccola o una multinazionale non importa) rinuncia se commette gli errori più comuni che si possano fare: 

  • Pensare che un sito sia inutile
  • Pensare che i clienti che già si hanno resteranno per sempre clienti
  • Creare da soli il proprio sito o affidarsi a qualcuno che non sia competente in materia

Per concludere, rimandando ad altri articoli gli approfondimenti, o invitandovi a commentare per chiedere delucidazioni, si può affermare che chiunque oggi abbia creato (non importa da quando) una propria attività professionale, un proprio business, deve (e non può) impegnarsi nella creazione di un sito web che riguardi la sua attività, perché il sito è la sua presenza sul web, dà un’immagine aziendale più professionale, permette ai potenziali clienti di scegliervi prima (e i clienti amano poter scegliere, se si sentono obbligati, fuggono), accorcia le distanze, annulla i tempi e, non meno importante, permette di incrementare notevolmente il proprio business perché è tramite un sito che potete proporre chi siete e cosa fate, mostrare i vostri prodotti o servizi, aggiornare i vostri cataloghi e le vostre offerte, comunicare direttamente con ogni singolo cliente e potenziale cliente creando con essi una relazione, fondamento necessario perché il business di un’azienda decolli.

Se vuoi dei consigli, delucidazioni o un preventivo gratuito SCRIVIMI

Letteralmente “telefono intelligente” oggi gli smartphone sono tra gli oggetti più conosciuti e usati a livello mondiale. Inutile spiegare cosa sono perché lo sappiamo tutti, certo è che venti anni fa era addirittura inimmaginabile che un telefonino potesse fare qualunque cosa. Grazie alle applicazioni, infatti, oggi sono molto poche le funzioni che uno smartphone non copre e, per lo più, si tratta di funzioni più materiali e fisiche, quelle insomma dove serve per forza l’intervento umano e dei prodotti da usare. Ovvero, con uno smartphone non si possono ancora lavare i piatti o i tappeti, ma ci sono applicazioni che ti permettono di entrare in contatto con gli esperti del pulito della casa con i loro consigli e le loro guide; con lo smartphone non puoi andarci a lavoro ma ti permette di svegliarti in tempo e di programmare la tua giornata senza così rischiare di dimenticare le varie cose da fare; lo smartphone non può cucinare ma ti aiuta a farlo grazie alle applicazioni relative alle ricette e al metodo di preparazione, in video, è chiaro.

E’ diventato sempre più ampia la scelta e sono sempre di più le case che producono smartphone. E mentre fino a qualche anno fa il brand più conosciuto e reclamizzato era sinonimo di certezza e qualità, oggi bisogna ammettere che anche brand meno conosciuti offrono prodotti di alto livello qualitativo. 

E’ il caso, per esempio, di alcune aziende cinesi che hanno deciso da un po’ di tempo, di lanciare sul mercato mondiale i propri smartphone (e non solo). I loro dispositivi sono adatti a tutte le tasche, andando dai modelli più semplici e meno sofisticati adatti a chi non ha intenzione di usare tante applicazioni e funzioni del dispositivo, fino a raggiungere livelli all’avanguardia dal punto di vista tecnologico e qualitativo con smartphone di un certo calibro che nulla hanno da invidiare a quelli della stessa categoria ma che hanno un marchio molto conosciuto alle proprie spalle. C’è da farsi, comunque, una domanda: ma sappiamo dove vengono fabbricati i vari componenti degli smartphone venduti dalle grandi case molto pubblicizzate oggi? In Cina, negli stessi paesi e dalle stesse persone che producono anche per le case meno promosse e conosciute. Una brevissima riflessione va fatta quindi relativamente alle motivazioni che inducono una persona a scegliere, a parità di caratteristiche tecniche ed estetiche, lo smartphone delle aziende che spingono molto nelle promozioni, e quindi conosciute a livello mondiale, piuttosto quello di un’azienda poco conosciuta ma che offre il proprio prodotto a un prezzo notevolmente inferiore. E il risparmio ci sarebbe, si può dire che si potrebbe risparmiare dal 30% in su, a volte si supera anche il 50%.

Sono convinto che, piuttosto che guardare alla “marca”, per scegliere uno smartphone bisognerebbe prima di tutto chiedersi cosa si sta cercando. È in base a quello che si cerca si può fare una prima selezione per quali verso quali modelli ci si sente orientati, altrimenti si rischia di girare di negozio in negozio o di sito in sito e non ottenere nulla perché niente soddisferà la ricerca, e non perché si trovano cellulari non buoni ma semplicemente perché in realtà non si sa cosa si sta cercando. 


 

Quello che io guarderei maggiormente, a livello di caratteristiche tecniche (quindi, oltre alla forma estetica che, chiaramente, è quella che per prima mi attrae) è la seguente lista:

  • Sistema operativo: se cerco un android, per esempio, devo sapere la versione a cui siamo arrivati, non posso scegliere uno smartphone con un sistema operativo android 2.1 nel 2015 visto che siamo già alla versione 5.1;
  • Il processore: quad-core sarebbe ottimale;
  • La RAM: non vanno più bene le 512 MB bisogna scegliere dispositivi con RAM più potenti;
  • Verifico che siano 4G;
  • La memoria (o ROM): almeno di fabbrica esigo un 16Gb e con possibilità di espansione;
  • E, non meno importante, la fotocamera: deve averla sia posteriore (sul dorso) che anteriore e almeno, quella posteriore deve essere una buona 8 megapixel, anche se oggi ci sono smartphone con 13 megapixel e più;
  • Le modalità di trasmissione dati, la durata della batteria, il tipo di schermo, la presenza del Wi-Fi, la risoluzione dello schermo e dei video;

Poi, ci sono anche altre caratteristiche ma queste sono quelle che verifico per prime, tuttavia bisognerebbe avere anche le competenze per comprendere che ogni singolo componente del dispositivo è collegato agli altri, così, per esempio, se una scheda madre è troppo potente ma il sistema operativo è di un livello inferiore, le funzioni dello smartphone risulterebbero meno efficienti. Per questo mi affido molto all’operatore del negozio e faccio domande (e pretendo risposte concrete) nel caso di un acquisto in loco; se acquisto tramite Internet cerco di verificare i feedback di chi ha già acquistato, i consigli, i voti e tutto quello che possa essermi utile per fare una scelta ottimale. 

 

Concludo questo mio pensiero sugli smartphone lasciandovi la domanda con cui ho intitolato quest’articolo: brand sì o brand no? A voi la scelta. Buona fortuna per il prossimo acquisto.

Cari amici, 

nell’articolo precedente ho parlato della stesura di un romanzo. Oggi voglio parlarvi dei passi fondamentali da seguire per la promozione del proprio libro. 

Esprimo sin da subito la mia personalissima opinione su una cosa: se crei il cartaceo crea anche il formato digitale, ovvero, l’e-book. Questo perché oggi sono molti di più i lettori che si avvicinano al mondo dei libri se è più facile, veloce ed economico poterne avere uno. È vero, il libro di carta ha un suo charme, ma bisogna sempre rivolgersi a quanti più lettori possibili se si vogliono dei veri risultati e siamo i signori nessuno. 

Dunque, cominciamo, supponendo che tu abbia seguito le dieci regole su come scrivere un romanzo di cui ti ho già parlato.

 

Regola n. 1 

Crea un annuncio social in cui comunichi l’uscita del tuo nuovo libro e inserisci anche il link del mercato online in cui è possibile reperirlo. Non scrivere che è disponibile in tutte le librerie online perché sono pochi quelli che conoscono a memoria gli indirizzi di IBS e company; se inserisci tu direttamente il link è più facile che una persona, letto l’annuncio, clicchi sul link che è a portata di mano;

Regola n. 2 

Crea una pagina social su facebook e invita i tuoi amici a cliccare “mi piace” e nella pagina parla del tuo libro senza fare spoiler, devi riuscire a incuriosire i potenziali lettori;

Regola n. 3 

Crea un’anteprima del tuo libro: generalmente si tratta delle prime pagine del libro, cosicché i potenziali lettori, incuriositi dalla tua presentazione, scarichino GRATUITAMENTE l’anteprima e leggano le prime pagine. E non ti sto parlando di due o tre pagine, ma, su un libro di circa duecento pagine, metterei in anteprima le prime venti, ovviamente, non tagliare nell’anteprima, un capitolo a metà, concludi ormai quel capitolo o paragrafo anche se dovessi sforare il numero di pagine che avevi stabilito di inserire;


 

Regola n. 4 

Partecipa ai vari gruppi social e siti che abbiano come argomento quello che tu tratti nel tuo libro sia per farti conoscere sia, se ti viene data la possibilità, per fare conoscere il tuo libro;

Regola n. 5 

Crea e gestisci un tuo sito personale o un tuo blog, dove inserire articoli e discussioni relative all’argomento del libro e dove poter promuovere il tuo libro;

Regola n. 6 

Non spammare: non mandare ovunque il link di vendita e non scrivere ovunque che “Ho scritto questo libro, clicca qui per maggiori dettagli” perché alla lunga da fastidio ed è visto come un tentativo di “invasione” di un territorio che non dovresti invadere; 

Regola n. 7 

Crea dei volantini cartacei e distribuiscili nei vari bar della tua città e zone limitrofe. Nel volantino in risalto dovrà esserci la copertina del tuo libro, una breve presentazione e un invito all’acquisto (quindi il sito o l’indirizzo di un’eventuale libreria);

Regola n. 8 

Crea delle offerte periodiche mediante le quali abbassi il prezzo di copertina;

Regola n. 9 

Regala il libro ad alcune persone che possano poi recensirlo online così che, chi dovesse leggerne la presentazione, possa trovarne anche le recensioni e decidere di acquistarlo;

Regola n. 10 

Usa la creatività per uscire dagli schemi e fare cose nuove e sempre diverse pur mantenendo un filo conduttore sempre uguale;

Infine, la regola d’oro: non cercare di fregare nessuno, perché potresti impegnarti per mesi e non vendere nemmeno una copia, non ricevere i vari like su facebook, né contatti, né acquisti eppure basterebbe un solo tentativo di fare il “furbo” e potresti dover togliere tutto dalla circolazione perché i potenziali lettori ti escluderebbero all’istante dalle loro liste di potenziale acquisto. 

L’onestà, quindi, deve farla da padrona; l’umiltà di comprendere che un autore che decide di auto-pubblicarsi potrebbe non avere tra le mani un capolavoro come pensa; la pazienza di comprendere che c’è molta diffidenza, specie in Italia, per i libri in genere, ma in particolar modo per libri di sconosciuti che scelgono addirittura il self-publishing; la capacità di auto criticarsi e capire che nel nostro Paese stanno per diventare più gli scrittori che non hanno mai letto un libro all’infuori di quello che hanno scritto, che i lettori veri; e, infine, una mente molto aperta e pronta a cogliere ogni opportunità, anche piccola, che possa aiutare il tuo libro a farsi strada. 

Concludo dicendoti che tutto deve essere baciato dalla dea bendata, buona fortuna. 

 

Carissimi amici, eccomi nuovamente a trattare un tema inerente il settore bancario: il conto corrente. In questo mio articolo cercherò di darvi qualche semplice consiglio per capire meglio che tipo di conto corrente scegliere. 

Cominciamo sin da subito con il capire di che cosa si tratta. Secondo l’articolo 1823 del codice civile il conto corrente è il contratto col quale le parti si obbligano ad annotare (le annotazioni si chiamano “rimesse”) in un conto i crediti derivanti da reciproche rimesse, considerandoli inesigibili e indisponibili fino alla chiusura del conto. Il saldo del conto è esigibile alla scadenza stabilita. Se non è richiesto il pagamento, il saldo si considera quale prima rimessa di un nuovo conto e il contratto s'intende rinnovato a tempo indeterminato. 

L’articolo 1852 del codice civile ci specifica qualcosa in più relativamente al conto corrente - si riferisce al conto corrente bancario - e recita che, qualora il deposito (il deposito bancario è regolato dall’articolo 1834 del c.c. secondo cui la banca acquisisce la proprietà del deposito ma è obbligata a restituirla a scadenza o a ogni richiesta del correntista), l'apertura di credito o altre operazioni bancarie siano regolate in conto corrente, il correntista può disporre in qualsiasi momento delle somme risultanti a suo credito, salva l'osservanza del termine di preavviso eventualmente pattuito.

Definizioni molto tecniche che rimandano ad altri articoli, e altri e altri ancora. 

In poche parole possiamo dire che un conto corrente bancario è un servizio offerto da una banca mediante il quale il correntista può gestire le proprie entrate e uscite. Al conto corrente sono abbinabili diversi servizi ed è proprio tramite il conto che la banca offre tali servizi e il correntista, previo deposito della propria liquidità, può gestire i suoi movimenti in uscita per far fronte alle sue esigenze economiche. 

Come dovrebbe essere il conto corrente ideale? In realtà non si può parlare di conto corrente ideale associabile a qualunque tipo di clienti perché ogni categoria di clienti ha necessità ed esigenze diverse, per esempio una grossa azienda ha necessità e movimentazioni completamente diverse da una famiglia e un’operatività sicuramente molto più grande rispetto al conto di un giovane studente universitario, ecc. 

Perciò la prima cosa da fare è domandarvi: “Il mio conto corrente risponde alle mie esigenze”?


 

Capirlo è semplicissimo. Basta verificare che i servizi attivi sul vostro conto siano quelli che vi servono. Per esempio: da semplicissimo contenitore di liquidità movimentata in entrata (stipendio, pensione, ecc) e in uscita (spesa, bollette, prelievi, ecc) il conto corrente bancario offre oggi una serie di servizi aggiuntivi, talvolta davvero innovativi come la possibilità di ricevere degli alert sms (ossia degli sms che ci avvisano relativamente al nostro saldo, l’ingresso alla banca online, conferma movimenti del conto, ecc); oppure il pagamento delle bollette direttamente da smartphone; la possibilità di utilizzare il conto col proprio telefonino e così via. Dovete valutare voi quali sono i servizi di cui necessitate e capire di quali potete fare a meno, specie perché, non tutte le banche offrono questo genere di servizi gratuiti. Quindi, se non usate mai internet, vi serve a qualcosa il servizio di alert sms che vi avvisa ogni volta che qualcuno entra nella vostra posizione con i vostri codici? 

Sbagliato. È indispensabile avere un servizio simile. Non è detto che qualcuno non vi rubi i codici ed entri nella vostra posizione, un sms, un semplice sms può davvero salvare il vostro conto. Magari potrò evitare gli sms relativi all’incasso delle bollette qualora li paghiate tramite bollettino postale e non tramite incasso su conto corrente. Questo, giusto per fare un esempio.

Un altro aspetto a cui bisogna prestare attenzione è il bancomat. Quanto vi costa? Potete o no prelevare gratuitamente ovunque? Sembra uno scherzo, ma oggi, in un mondo che cambia alla velocità della luce, in un mondo in cui la comodità e il risparmio sono all’ordine del giorno, non è possibile trovare conti correnti in cui i prelievi sono gratuiti solo se effettuati presso la stessa banca (o filiali della medesima banca). Magari sarà gratuito il prelievo ma la benzina che usate, il bollino per parcheggiare e così via, quelli li pagate comunque. Quindi perché non optare per un conto corrente in cui l’uso del bancomat (prelievi e pagamenti) sia totalmente gratuito? Mi sembra davvero un controsenso dover pagare per prendere i miei soldi. 

Altro servizio di cui farei a meno sarebbe certamente l’invio cartaceo dell’estratto conto. Molta gente ha paura di “trasferire tutto online” perché pensa che col cartaceo ci sia più sicurezza. Chiedo a questa gente di svegliarsi in quanto i conti corrente di ognuno, sia che si riceva l’estratto conto cartaceo a casa, che lo si riceva elettronicamente via e-mail, sono comunque tutti online. I dati sono tutti online, quindi il cartaceo è solo uno spreco di carta e soldi, poiché raramente una banca lo invia gratuitamente. 

Pertanto, verificate bene quali sono i costi periodici e non che pagate sul vostro conto, che siano congrui con quello che utilizzate davvero e che vi serve realmente. 


 

Tutto quanto detto sopra mi serve su un piatto d’argento un altro argomento molto importante: i costi del conto corrente. Come già accennato in un altro articolo, bisogna ammettere che in Italia, per quanto ci si stia cercando di adeguare, ci sono i conti corrente più costosi d’Europa. E anche in questo caso trovo a dir poco allarmante e avvilente una cosa simile. Allarmante perché una banca che nel 2015 chiede ancora il pagamento di certi servizi per me ha come motivo solo due cose: 

- Non ha molti utili e risorse e qualunque modo per ripianare le casse è utile;

- Non guarda al cliente ma alle proprie tasche;

Avvilente, invece, perché mi domando: chi è che oggi non fa di tutto per risparmiare qualche spicciolo? Così ci si ritrova a fare sacrifici per poi pagare (o dovrei dire mantenere) la banca in cui ho il conto corrente? Mi sembra davvero un controsenso. 

Ma allora cosa fare per spendere il meno possibile e avere un conto corrente che mi dia tutti i servizi di cui ho bisogno? Fatti delle domande precise: 

a. Mi serve un conto personale? Per la famiglia? Per la mia azienda?

b. Quante operazioni all’anno (o al mese) ipotizzo di compiere?

c. Quanti prelievi al mese potrei effettuare?

d. Mi basta una sola carta di debito (meglio conosciuta come bancomat)?

e. Ho necessità di avere una carta ricaricabile o una carta di credito?

f. Mi serve il libretto degli assegni?

g. In base al mio stile di vita, sarebbe più comodo avere un call center che mi risponda immediatamente anziché dovermi recare allo sportello? 

h. Ho intenzione di canalizzare lo stipendio? La pensione? 

i. Addebiterò il conto con le bollette? 

j. Ho necessità di un servizio di alert sms? 

k. Terrò molta liquidità sul conto? Questo serve per capire, tra le altre cose, se dovrò pagare allo Stato, tramite la banca che sarà il sostituto di imposta (ovvero preleva la banca e poi versa allo Stato) il bollo di € 34,20 oppure no. Per inciso. Pagano il bollo di € 34,20 solo le persone fisiche che hanno una giacenza media sul conto corrente pari o maggiore di € 5.000. Le persone giuridiche, invece, pagano comunque € 100 di imposta di bollo. 

Queste e altre domande sono quelle che devi farti e devi scriverti le risposte perché così, avendo sottomano il documento di sintesi di un conto corrente, potrai capire quali sono i costi da pagare in base ai servizi (che sono quelle operazioni che rispondono alle domande di cui sopra) di cui hai bisogno. 

Bada bene che ci sono costi, nel conto, che si pagano nonostante tu non utilizzi tutti i servizi.

Per esempio, alcune banche fanno pagare un canone annuale (o trimestrale, o mensile) un canone minimo per l’uso della piattaforma online a prescindere che il cliente la usi o meno; stessa cosa con il bancomat, ecc. 

Fatto questo conteggio riporta tutto su base mensile così che tu possa calcolare quanto, mensilmente (ovviamente stiamo ipotizzando, i calcoli reali saranno dovuti all’effettivo utilizzo del conto), spenderai all’incirca. Moltiplicato il risultato per dodici, ti sarai fatto un’idea della spesa annua per conto corrente. A questo punto entra in scena un indicatore che ti permetterà di capire se il costo è adeguato alla categoria di cliente a cui appartieni. Sto parlando dell’ISC, l’indicatore sintetico dei costi, il quale riassume, in base alla categoria di cliente e all’operatività, quale sarebbe il costo suggerito (inteso come costo massimo) del conto corrente adatto. Quindi, preso l’ISC (lo trovi col documento di sintesi o nell’estratto conto o puoi chiederlo direttamente in banca, è un tuo diritto averlo), confronta e se il costo da te calcolato è superiore a quello indicato dall’ISC, allora è possibile che quel conto non è adatto a te. 

Bisogna ammettere, però, che oggi ci sono molte banche che offrono conti corrente a zero costi, a zero canone e che permettono ai propri clienti di avere numerosi servizi di qualità, efficienti e innovativi e di vivere in totale libertà il loro rapporto con la banca. Il mio suggerimento è di approcciarsi a questo genere di conti corrente, valutando bene la scelta della banca, orientandosi verso una banca che sia solida e sicura. 

 

Tutti ne parlano, tutti ne scrivono ma nessuno, almeno così sembra, vuole affrontare il problema e risolverlo alla radice. L’immigrazione è un fenomeno antichissimo quanto l’uomo e, generalizzando, indica una caratteristica dell’essere umano in quanto animale: spostarsi da un luogo in cui si hanno scarse risorse e possibilità per vivere, a un luogo in cui si pensa ce ne siano in abbondanza, insediandovisi. Sembra una generalizzazione troppo semplicistica eppure è proprio quello che è. 

Se prendiamo in considerazione gli aspetti principali di tutte le grandi immigrazioni possiamo cogliere gli aspetti sopra descritti, più o meno accentuati dipendentemente dalle varie situazioni economico-politico-sociali-religiose del paese di origine. 

Bisogna prendere atto che, per quanto il mio modestissimo parere possa essere pure sbagliato, in Italia sembra che ci sia una convenienza nell’accogliere queste persone. Se da un lato il mio “sentimento umanitario” mi fa pensare che sarebbe il caso di aiutare sempre chi ha bisogno, dall’altro il mio spirito critico ma dà una frenata e mi chiede di razionalizzare ed è in questo mio “frenarmi” che vedo numerosi centri accoglienza gestiti (mal gestiti?) da privati o associazioni che cercano di trarne profitto. È vero, non di tutta l’erba bisogna fare un fascio: ci sono centri ben organizzati e che non “approfittano” delle sovvenzioni, ma ce ne sono molti altri che invece sfruttano una situazione simile. E credo che siano in parecchi, talmente tanti che ci si sta tutti in silenzio perché è la soluzione più comoda. E lo Stato, cosa ci guadagna?

Ma veniamo alla grande immigrazione di questi ultimi anni, quella che vede le coste Italiane, in special modo quelle della Sicilia, protagoniste silenziose e inermi dello sbarco quasi continuo di migliaia e migliaia di esseri umani provenienti dall’Africa, per lo più. 

Cosa spinge queste persone a compiere un’azione così pericolosa, costosa e tangibilmente poco profittevole? Questo non l’ho ancora capito e penso nemmeno voi, per questo cercheremo di fare insieme un’analisi di questa situazione cercando di cogliere i punti principali e comuni a tutti gli immigrati.


 

Questi fratelli d’oltre mare vivono in Paesi in cui guerre, odio religioso, poca democrazia, violenze di ogni genere e libertà limitata sono all’ordine del giorno. Questa di per sé potrebbe già essere una spiegazione quasi plausibile. Il pericolo di morire, nel loro paese, deve essere talmente alto che non si ha paura di affrontare un viaggio nel quale le percentuali di vita sono già di per sé ridotte al minimo. Ho sempre pensato, fino a poco tempo fa, che davvero queste persone, pur di donarsi una minima possibilità di vita, siano disposte a morire annegate in mare, perché di questo si tratta. Eppure, ed è qui già il primo punto che mi crea perplessità, con i soldi che pagano (siamo tra i due e i quattromila euro, a volte anche di più, per persona) potrebbero tranquillamente pagare un biglietto aereo, atterrare in suolo Italiano (per esempio) per poi chiedere asilo politico. 

Un’altra domanda che mi sono fatto, relativamente ai cosiddetti viaggi della speranza è la seguente: visto che vivo a Ragusa, molto vicino a un centro di accoglienza e gli immigrati sono liberi di uscire e divertirsi (e devo dire che qui non hanno mai dato fastidio a nessuno, fino a ora) e li vedo parlare spesso al telefono con i loro familiari in Africa (lo so perché a volte si scambiano giusto due tre frasi in inglese e loro confermano di avere parenti nel loro paese che vogliono venire qui), perché questa gente continua a venire? Cioè, magari quando si è in Africa non si pensa che il viaggio possa essere pericoloso, ma quando ti arriva la telefonata di tuo nipote o tuo fratello che ti dice “Sai, nel mio barcone ci siamo salvati in pochi, gli altri sono tutti morti” non dovresti ripensarci più e più volte. Inoltre, non posso credere che non sia sparsa la voce che siamo in presenza di “traffico clandestino di esseri umani”; che in mare si muore; che in Italia non si trova lavoro e non può vivere in libertà ma, spesso, dentro strutture con recinzioni; che non c’è un’apertura nei loro confronti da parte degli Stati Europei verso i quali queste persone sembrano voler andare e che venendo in Europa non migliorano la loro posizione ma, anzi, la peggiorano. Come è possibile che non lo sappiano e continuino a venire alimentando questo business crudele? E, come mi faceva notare un’amica su facebook, come mai non si recano in Paesi in cui vi sono le stesse usanze e tradizioni, costumi e religioni, che sono notoriamente ricchi e più facilmente raggiungibile, e che potrebbero offrire loro davvero una casa e una vita migliore? 

E sembra quasi che nessun politico voglia davvero risolvere la situazione. Se ne parla tanto ma di concreto non c’è nessun’azione. E che dire dell’Europa che è un’Unione Europea solo quando si tratta di bastonare i cittadini rendendo disastrosa la loro vita economica, ma diventa invisibile e sorda quando è necessario concretizzare le azioni da mettere in atto sia per evitare un problema a noi “europei”, sia anche per aiutare concretamente questa gente così da dare anche a loro la possibilità di vivere dignitosamente.

Non so voi, ma quello che sto notando io è che in Italia ne sono arrivati in questi ultimi anni a migliaia, tanto da portare il loro numero (parliamo di quelli censiti) a poco meno di ottantamila presenze ed è inutile che pensiamo diversamente, è un numero destinato a crescere notevolmente fino a che non si farà qualcosa di reale e concreto.

Per di più n questi ultimi mesi assistiamo al tentativo, da parte di questi immigrati, di raggiungere in massa altri paesi Europei, come la Francia, la Germania, L’Inghilterra, l’Austria e così via. 

Non posso non chiedermi se non stiamo assistendo a una forma di silente colonizzazione clandestina, una guerra silenziosa combattuta con l’invisibile arma dell’immigrazione.

 

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